MALLIN E IL BLU
Verso lontano
La nebbia ci cancella e ogni colore si adagia e si espande negli altri.
Un’immensa coperta sulla città addormentata.
Mallin sopra, di fianco io.
Mentre il cielo scende al suo livello sento che i suoi occhi sono stelle.
Mentre calma il mio respiro con la sua pelle vedo che lì la vita prende un profumo buono.
E’ un posto dove posso appoggiare la testa.
Stavolta mi devo fidare perché Mallin mi vuole portare lontano.
E intanto mi racconta storie di pesci e sabbia bianca che io ancora non ho visto. E di un blu immenso che profuma di incenso e spezie.
Io mi sento tagliata.
Perché ancora non credo che esista un blu più grande di Mallin.
Perchè i suoi tratti non sono ancora così familiari da poterlo riconoscere in una terra straniera.
E non sa che mentre gli altri passano sotto di noi, lui è l’unico punto di mondo, trovato dopo aver fiutato l’orientamento.
Stavolta mi devo fidare perché Mallin va verso lontano.
Porta in cielo la musica e diventa come me, per una volta, senza tempo né luogo. Non è ruvido, per una volta, ma docile all’inclinazione della volta appannata del cielo. E anche se ogni suo momento Mallin l’ha già vissuto un’altra volta, in un’epoca fonda fuori di lui, è lontano con la memoria, è sopra a quella vita persa.
Rincorre le nuvole con me. Così arriviamo, e dopo chilometri e chilometri appare l’Africa come se lui l’avesse, con la sua voce, soffiata.
Mondo capovolto
Ti guardo sopra.
Soffi fuori e vedi sotto con la testa.
Sai rubare aria al mondo e arrotolare un tappeto d’acqua.
Come riesci a farlo, Mallin, io non lo so. Forse perché hai degli occhiali enormi con cui ci vedi benissimo.
Guarda sotto cosa c’è, mi dici.
E io capisco che lo fai per me.
E allora devo reggere il mio cuore perché altrimenti si rintana, e schianta e si rovescia e se poi lo perdo di vista non so dove guardare il segno del volo.
Penso ai gesti che mi appartengono nella dimensione liquida. Mi tuffo.
Fuori c’è il caldo buono, sotto un acquario che ti ammorbidisce i pensieri.
Sotto rumore di pinne, fuori mani silenziose rimescolano terra dura.
E tu intanto spargi spazio là sotto, mi trascini, mi spingi vicino e mi insegni a parlare senza labbra. Sorridi poi, perché io non lo so fare e bevo mare.
Tu sei calmo, quasi sospeso. Hai una pelle in più, nera, e l’hai prestata anche me così mi sento un po’ pesce.
Tutto si apre a ventaglio.
E io così non ti ho mai visto. Non so di te, così, in questa dimensione capovolta, come un uomo che non mi appartiene, uno sconosciuto. Forse è il mio sguardo appannato o forse penso solo a quanto è stato difficile entrare qui dentro, con il freddo e l’acqua che mi sostiene, qui dentro alla terra come una madre che ora mi tiene così forte perché non voli via, ma nuoti. Forse è tutta questa familiare lentezza, le parole dei pesci che sento, ma mi lascio prendere. Per mano.
E colgo la tua dimensione in un blu che io non immaginavo così grande.
Come ci stai bene tu, lì, penso.
Ti guardo.
Capisco immediatamente che ti stai riprendendo tutti gli odori, tutti i colori e le ombre perché ti appartengono. Perché già sei quel blu grande, già ce l’hai dentro quel segno profondo che è il fondo, che tu li porti nel cuore tutti quei colori silenziosi che vedo.
E io mi sono abituata a guardare sotto.
Ma sono stupita perché è come se ti vedessi per la prima volta.
Ti scopro di nuovo con le emozioni e conosco la tua lisca senza scoprirti.
Quello che era diventa adesso e quello che è diventa quello che potrebbe essere.
E’ un mondo capovolto.
E tu, come i fucilieri della luna, vestito di blu, sai addormentare le parole. E anche i pesci sognano.
Con fuoco
Unica ombra il cielo.
Quiete scalza.
Sabbia lunare.
Mallin, verde.
Paura, io ma azzurra.
C’è acqua anche nel deserto, ma con fuoco.
Medusa e sole, brucia e basta.
Ma la terra si spacca anche nel niente e basta.
Ma c’è una pianta che resiste lì da ottanta anni, nel niente e basta.
E qualche volta fa fiore, da ottanta anni nel niente e basta.
E può capitare che le stagioni si presentino quattro in un attimo a quel fiore da ottanta anni nel niente e basta.
C’è anche un po’ di dio nel niente e basta.
Un niente così largo che mi ci rotolo dentro. E come fossi un mendicante allargo la mia mano stupita e uno straniero ci mette dentro un regno.
Così si apre anche il suo sguardo su di me e avvolge l’intero deserto e io mi sento.
Protetta.
C’è il suo cuore blu anche nel niente e basta.
Ma con fuoco.