mercoledì, 13 agosto 2008

IL PAESE PICCINO

Ci tornano per portarci le terre attraversate, il vento nelle tasche.

Ci tornano per chiudere gli occhi e imparare a riposare, per sapere dove è finito il vicino.

Ci tornano per sposarsi o per fare un bambino.

Ci tornano perchè niente cambia mai nel paese piccino.

E ogni via conosce tutto di te, 

la piazza ti sa riconoscere con una memoria di legno, dura come le porte della chiesa. E nessuno se ne va mai via davvero.

Io vengo dal paese piccino, così piccino che sembra un punto, un sassolino. Piccolo ma infinito così mi ci muovo dentro. Ci sono nata dentro, ho studiato dentro, ho giocato e amato, corso camminato dentro il punto del paese piccino. E ho capito che il punto ha una cornice così belle e così scomoda che è come vivere dentro un quadro. Non cambiano i colori, non cambiano i soggetti. E ho capito che dentro alla cornice vive solo chi è come me.

Gente per cui il tempo non passa, gente che sorride ai fiori, gente che ha speranze come portachiavi, gente che è gentile perchè ci è nata. Nessun urto alla cornice, mai. Il male che c'è nel paese piccino è solo quello che si alimenta da sè. Ma è un male leggero, grigio non nero. E' un male che non vuole ferire la tela.

Il segreto del paese piccino è che dentro non ci può cambiare nulla, neanche la luna, neanche il sole che usa sempre gli stessi pennelli.

E quando imparerai ad essere pesce, il mare sarà più grande ancora,

perchè quando tessi la tela puoi imbrigliare anche la tigre.

E nessuno se ne va mai via davvero.

E la vita ti sembra incastrata, mentre la mia scivola verso quel luogo dove ho voglia di essere. E mentre guardo questo cielo di cera aspetto la strada che porta dove la terra non ha memoria, una strada anche bugiarda ma che voglio vedere come sarà.

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sabato, 09 agosto 2008

IL PAESE PICCINO

 

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giovedì, 07 agosto 2008

Attendo

sdraiata

il mattino.

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martedì, 05 agosto 2008

LA PENNA DEL VENTO

Soffiando con le guance piene,

a soffi come lunghi fili

a soffi densi di mare e carne

soffiando con le guance,

scrive il vento

come una lama a due punte

come un tagliente fiume vitreo,

scrive mordendo,

arrotondando pieghe storte, modellando sulla pasta del mondo,

costringendo fogli e foglie all'abbandono, muovendo la luce.

E' solamente una goccia, più eterea di un sorriso,

una mano, una musica, un ubriaco senza nome,

un movimento acuto,

che diviene, si arrabbia,

scrive il vento

con le guance stanche,

verso le sue sabbie, verso le sue rocce tenere,

verso le sue chiome senza piega.

Vedo l'estate abbandonata, e un ronzio che esce dalla stanza,

cicale, libri,

bar, bicchieri,

prati, asfalto

che dorme con le mani sul cuore

che sogna traffico e semafori

vedo aerei,

vedo schiene con la linfa

curvate come rami arresi

vedo nero, una voce e l'orologio del nonno,

e fazzoletti da donna,

Vedo l'altro lato delle foglie,

vedo lenzuola in giardino e polvere e petali.

Vedo nuovole tra le mani,

aspetto i sogni arrivare da lontano

e anche i traguardi e le premeditazioni,

come una sciarpa saldamente legata

sto sventolando.

Sto sventolando, ascoltando,

con metà dell'anima in me e metà dell'anima fuori

e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io mi liberi e allenti la presa

vedo la penna del vento scrivere incessantemente

intorno

lasciando in bianco me.

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lunedì, 04 agosto 2008

allora

Allora, la pancia del mare.

Me la ricordo questa pancia del mare.

Giorno dopo giorno stiamo sulla vita come si sta sulla pancia del mare, a galla.

Pensare al vestito da mettere...il film è alle dieci arriviamo in ritardo...hai sentito cosa fanno gli altri...in fin dei conti bisogna guardare alle cose con razionalità...apparecchi tu...cucinare è un atto d'amore...ho il cuore che mi batte forte forte, forse abbiamo mangiato troppo...a me è piaciuto molto...la vite da annaffiare...la tua piantina sta morendo...guarda nevica...in questa casa c'è puzza...ascolta questa o chi sono questi...che sindaco di merda...come si chiamavano i tuoi nonni...porto le camicie in lavanderia...piove così forte che sembra buio...lasci i calzini sporchi in giro sotto il divano...dai che ti diverti con uno come me...dovrei comprare un divano più grande...vuoi toglierti la giacca...resta a dormire da me...silenzio pomeridiano...domeniche libro- divano...tu ne hai quanto me...meno male che ti ho cambiato gli occhiali...perchè mi guardi male...ecco hai fatto un danno...i tuoi occhi, i miei...odio le persone arroganti...la cartigienica si compera di marca...cielo d'autunno com'è triste...

E poi, la pancia del mare...

Sapete che come fa la pancia del mare?

All'inizio la bellezza pura specchio del cielo, quel timore rispettoso di rubargli il colore. Poi la grandezza sconfinata e irrisoria, ma se ci sei dentro ti senti al centro del sublime, così fragile e così ricolmo della meraviglia delle cose, sbalordito, rapito dal mondo. Dopo, il coraggio di allargare il corpo e d'improvviso sentirsi sostenuti sopra il mondo stesso. Un'altra dimensione, un'altro sguardo, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell'acqua, si annunciano giorni felici, una nuova nascita.

Poi con le onde, che talvolta sono lente e tonde, appuntite e schiumose, muove ogni cosa in confini nuovi, scrive di sè su terreni diversi, copre il profondo che solo alla dolcezza è dato vedere, così fa la pancia del mare, sostenendo le cose dilata l'anima degli esseri come un cerchio infinito.

Quindi la pancia del mare si radica in noi come un nuovo cuore che si allarga senza timori, all'uninsono. 

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venerdì, 27 giugno 2008

A Te

Stasera c'era il vento. E un sole rosso che occupava tutto l'orizzonte.

Una grande faccia di fuoco.

Mi chiedo se sei lì.

O dove sei. Se sei una qualche nuvola, corposa o tirata, o sei un raggio, una specie di luce. Se fossi piccola ti potrei credere stella. Ma sono troppo arrogante per aver bisogno di una guida e poco adulta per accontentarmi di saperti raggiungibile.

E così visibile, soprattutto.

Oggi mi chiedo altro.

Mi chiedo dove finisce l'anima benedetta da Dio e dai misteri recitati da una suora.

Mi chiedo se stai andando dove vorresti tu.

Ti vorrei immaginare. Mi aiuterebbe. Sopratutto saperti al sicuro. Come quando piangevo prima di partire per le vacanze. O come chi ha preparato camicia e pantaloni da due anni, per il tuo viaggio. E non so se ti serviranno. Però sono stirati, senza una piega.

Non so se si arriva nudi nel dove che penso. 

Oppure si arriva già aria, vento, un soffio. E allora i pantaloni li si lascia lì, da qualche parte. Insieme a tutto il resto.

Non so.

Penso a qualcosa fra il concreto e il non concreto. Forse un filo, un foglio. Un negativo. La palla della pizza. Una tela. A me piacerebbe arrivarci di vetro, perchè ci guardi dentro o dietro. E credo che a quel punto non avrei più nulla da nascondere.

Non so dove si arriva, come ci si arriva quando la strada è finita là sotto e ci si mette orizzontali e si lasciano i piedi prendere aria.

Non più giù, ma su dicono.

Ti voglio immaginare su un grande campo, comunque.

Libero di muoverti come ti pare, come ti piace. O forse solo in pace. Punto.

Vorrei saperti in pace e basta, ecco.

 

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martedì, 01 aprile 2008

MALLIN E IL BLU

 

Verso lontano

La nebbia ci cancella e ogni colore si adagia e si espande negli altri.

Un’immensa coperta sulla città addormentata.

Mallin sopra, di fianco io.

Mentre il cielo scende al suo livello sento che i suoi occhi sono stelle.

Mentre calma il mio respiro con la sua pelle vedo che lì la vita prende un profumo buono.

E’ un posto dove posso appoggiare la testa.

Stavolta mi devo fidare perché Mallin mi vuole portare lontano.

E intanto mi racconta storie di pesci e sabbia bianca che io ancora non ho visto. E di un blu immenso che profuma di incenso e spezie.

Io mi sento tagliata.

Perché ancora non credo che esista un blu più grande di Mallin.

Perchè i suoi tratti non sono ancora così familiari da poterlo riconoscere in una terra straniera.

E non sa che mentre gli altri passano sotto di noi, lui è l’unico punto di mondo, trovato dopo aver fiutato l’orientamento.

Stavolta mi devo fidare perché Mallin va verso lontano.

Porta in cielo la musica e diventa come me, per una volta, senza tempo né luogo. Non è ruvido, per una volta, ma docile all’inclinazione della volta appannata del cielo. E anche se ogni suo momento Mallin l’ha già vissuto un’altra volta, in un’epoca fonda fuori di lui, è lontano con la memoria, è sopra a quella vita persa.

Rincorre le nuvole con me. Così arriviamo, e dopo chilometri e chilometri appare l’Africa come se lui l’avesse, con la sua voce, soffiata.

 

Mondo capovolto

Ti guardo sopra.

Soffi fuori e vedi sotto con la testa.

Sai rubare aria al mondo e arrotolare un tappeto d’acqua.

Come riesci a farlo, Mallin, io non lo so. Forse perché hai degli occhiali enormi con cui ci vedi benissimo.

Guarda sotto cosa c’è, mi dici.

E io capisco che lo fai per me.

E allora devo reggere il mio cuore perché altrimenti si rintana, e schianta e si rovescia e se poi lo perdo di vista non so dove guardare il segno del volo.

Penso ai gesti che mi appartengono nella dimensione liquida. Mi tuffo.

Fuori c’è il caldo buono, sotto un acquario che ti ammorbidisce i pensieri.

Sotto rumore di pinne, fuori mani silenziose rimescolano terra dura.

E tu intanto spargi spazio là sotto, mi trascini, mi spingi vicino e mi insegni a parlare senza labbra. Sorridi poi, perché io non lo so fare e bevo mare.

Tu sei calmo, quasi sospeso. Hai una pelle in più, nera, e l’hai prestata anche me così mi sento un po’ pesce.  

Tutto si apre a ventaglio.

E io così non ti ho mai visto. Non so di te, così, in questa dimensione capovolta, come un uomo che non mi appartiene, uno sconosciuto. Forse è il mio sguardo appannato o forse penso solo a quanto è stato difficile entrare qui dentro, con il freddo e l’acqua che mi sostiene, qui dentro alla terra come una madre che ora mi tiene così forte perché non voli via, ma nuoti. Forse è tutta questa familiare lentezza, le parole dei pesci che sento, ma mi lascio prendere. Per mano.

E colgo la tua dimensione in un blu che io non immaginavo così grande.

Come ci stai bene tu, lì, penso.

Ti guardo.

Capisco immediatamente che ti stai riprendendo tutti gli odori, tutti i colori e le ombre perché ti appartengono. Perché già sei quel blu grande, già ce l’hai dentro quel segno profondo che è il fondo, che tu li porti nel cuore tutti quei colori silenziosi che vedo.

E io mi sono abituata a guardare sotto.

Ma sono stupita perché è come se ti vedessi per la prima volta.

Ti scopro di nuovo con le emozioni e conosco la tua lisca senza scoprirti.

Quello che era diventa adesso e quello che è diventa quello che potrebbe essere.

E’ un mondo capovolto.

E tu, come i fucilieri della luna, vestito di blu, sai addormentare le parole. E anche i pesci sognano.

 

Con fuoco

Unica ombra il cielo.

Quiete scalza.

Sabbia lunare.

Mallin, verde.

Paura, io ma azzurra.

C’è acqua anche nel deserto, ma con fuoco.

Medusa e sole, brucia e basta.

Ma la terra si spacca anche nel niente e basta.

Ma c’è una pianta che resiste lì da ottanta anni, nel niente e basta.

E qualche volta fa fiore, da ottanta anni nel niente e basta.

E può capitare che le stagioni si presentino quattro in un attimo a quel fiore da ottanta anni nel niente e basta.

C’è anche un po’ di dio nel niente e basta.

Un niente così largo che mi ci rotolo dentro. E come fossi un mendicante allargo la mia mano stupita e uno straniero ci mette dentro un regno.

Così si apre anche il suo sguardo su di me e avvolge l’intero deserto e io mi sento.

Protetta.

C’è il suo cuore blu anche nel niente e basta.

Ma con fuoco.

 

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venerdì, 18 gennaio 2008
CERCANDO MALLIN
Mi è sembrato di aver visto qualcosa , stanotte. Tra le cinque e le sei del mattino, dopo l’ultimo ubriaco, in quell’ora felice quando anche gli autisti osservano una piccola pausa di silenzio. E’ allora che mi piace camminare per la città, stipata in un angolo di vita sprecata. Questo è un luogo di solitudine. Nessuno parla e se qualcuno parla, parla di soldi con il coltello alla mano.
Questo è ciò che vidi.
Era un uomo biondo, lucente. E se ne stava dall’altra parte della strada. Portava una specie di conchiglia e tese la mano.
Nella conchiglia ho sentito la storia del mondo.
Ho visto ferite.
Ho sentito un canto come Ulisse con le sirene.
Sono morta.
L’uomo era la quintessenza mortifera, ma io non lo sapevo. Così più di una volta baciavo la sua bocca dove c’era il mare, più di una volta mi sono inginocchiata davanti alla V dei suoi muscoli, al suo ventre, con le mani giunte come in preghiera.
Poi guardai alle sue spalle e vidi il Tempo che rimescolava la sabbia.
E un Orfeo nero che con la musica mi ha riportata viva, senza perdermi, senza guardarmi.
Lui davanti, dietro io.
Ora sono sicura. C’è un Mallin del giorno e uno che non mi lascia in pace la notte. E porta con sé una chiave proibita con cui mi ha fatto prigioniera. E allora mi chiedo se è Mallin che sente il mio grido o se sono io che ho risposto al suo.
Meglio disgustata o malata d’amore?
Non voglio più un forse per cui io Mallin lo amo, perché mi ha salvata.
E mentre amo vicino, di fianco, capisco che Mallin, stanotte, io ho già sognato di amarlo.
Ma ora dov’è?
Non ha alcuna importanza, mi dico, non l’ha ora e non l’aveva nemmeno nel buio: ero e sono toccata da cosa distanti da me. Faccio la mia colazione. Mentre ci sono cose che richiedono parole. E una doccia calda. E cose di cui comprendo così a fondo l’esistenza che sembrano mie.
Ma mie non erano, se non trovo Mallin.
Se non fosse un corpo ma un’immagine onirica, più potente del corpo?
Sapevo che sarebbe arrivato il giorno, il bel giorno, in cui non deve mancare un uomo. Un uomo che mi ami così tanto da svegliarmi a forza d’amore quando farò l’addormentata, che butti giù la porta del bagno quando lo starò facendo aspettare troppo, che non abbia paura di essere ogni tanto un vampiro sotto qualche luna, cazzo, e che sia capace di esserlo ovunque e comunque e non sempre in un letto, come i morti. Un uomo che non smetta di esserlo con me perché si immagina che io non lo voglio. A dire no, sono capace da me. Mi costringa pure a volerlo fare anche se io non lo voglio, a tutte le ore, in qualsiasi posto. E che sempre e ovunque sappia sempre che sono io quella che è con lui, anche negli epiloghi più ciechi. E che sono io e nessun altra l’unica che è fatta su misura per renderlo felice ed essere felice con lui fino a quello schifo di morte, dico?!?
E se non lo trovo?
E se all’improvviso lo volessi dire a Mallin che ora vivo?
Che vivo del piacere quotidiano dipinto sul suo viso.
Vivo del rinfrancarsi del mio spirito alla vista del suo viso.
Vivo perché è il suo viso che cerco, e allora non ne cerco un altro.
Vivo perché l’amore è consenso e consenso è pensarla allo stesso modo.
E non ci sarà più sogno né specchio a cui chiedere “Cosa sei tu per me?”. Perché Mallin è un uomo concreto, che pure quando lo guardo da lontano penso “Ecco un uomo bello”. E’ carne e sangue, e ossa bianche sotto. Fa la spesa, conosce i prezzi, chiude finestre.
E se fosse lui per una volta a cercarmi?
Gli farei vedere che sono una donna di alti e bassi: IN VENDITA LA MIA VITA AL MIGLIOR OFFERENTE? Una donna educata, da un padre che troppe poche volte si è seduto sul divano. Che però sa pregare. Gli potrei mostrare gli angeli maledetti che mi suggeriscono dal tetto? E se capisse che in fondo anch’io finisco per vedere il mondo a cicli. Mestruali, soprattutto. E che qualcosa dentro continua a sanguinare.
Mallin, io non lo so se ti trovo. Vivo una vita di porte chiuse, così come allora erano aperte. Ma non ci sbatto le mani addosso, anche al buio le metto avanti. E non lo so se Mallin è capace di sbucare sguardi tra le porte. Non credo. Mallin no. Mallin ha già girato le pagine che io devo ancora scrivere.
E allora come posso dire: amami Mallin perché solo allora sono viva. Amami nella mia dissennatezza. Ama le mie parole e non le mie spoglie mortali che già, in breve, sarò vecchia. Sii per me una marea, costante nei tuoi mutamenti. Irrompi su di me quando più mi sento al riparo, sii per me una riva mentre temo di essere un’onda nell’acqua, perennemente in fuga. Raccoglimi Mallin sulla spiaggia come una conchiglia, ora vuota, ora piena.
Raccoglimi e ancora sentirò le tue canzoni.
Portami una rosa Mallin, bianca mai rossa.
E poi baciami, che io ho paura. Ho paura che un giorno il sole arriverà e io non sarò pronta. Ho paura di non essere sveglia. Del gelo, della grandine che cadrà di sicuro, perché mio padre dice che cercare è difficile.
E se non lo trovo?
Non importa, più nulla, sai.
Preferisco la libertà di rimanere sempre a cercarlo che l’orrore di sapere che non esiste un altro che io possa amare come ne ho amato solo uno in questa vita.
Sai chi?
   
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mercoledì, 28 novembre 2007

URLO

Se già c'è un tutto cosa mi resta da riempire?

Luna tu quando sei piena di cos'altro hai bisogno?

Solo di due occhi che ti stiano a guardare.

E un mare pieno di gocce non può altro che fare onde.

Come un puzzle completo lì sul tavolo, al quale non resta che scombinare i pezzi per divertirsi a ricomporli di nuovo. Ma sempre nel medesimo modo, quello che è già stato fatto.

Estati, autunni, inverni e primavere completano in quattro il ciclo della vita. Chi osa scombinarli? Forse questo caldo anomalo che sento. No. Resteranno così completi e immutati per sempre.

Se già c'è un tutto allora non c'è più niente da fare. Se non disperdere.

Ri-flettere.

Ri-fare.

Ri-produrre.

Ri-dare.

Foto-copia.

E io che ancora voglio vedere l'infinito mutare da dove devo partire?

Se almeno fossi nuvola, raggiungerei, rapida, quell'orizzonte che non vedo più.

Magari anche cambiando colore.

Ma è un cerchio perenne quello che mi avvolge e io ci flutto fuori, immota, immobile.

Come dell'amore che avevi a me non resta che il riflesso.

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lunedì, 26 novembre 2007
La chiromante (ovvero il destino di Mallin)
 
Ritrassi la mano da quella della zingara e la infilai nel guanto.
Mi disse quanto fosse lunga la linea della vita ma non quanto larga.
Quanto possa distare il cielo, a seconda.
Come anche la musica avesse un suo modo di fermarsi.
 
E piangere ebbe un’altra utilità.
 
Così, ancora, altrimenti, oggi, non misuro i chilometri
non conto i minuti
non considero i contorni
non schivo l’amore.
 
Mentre aspetto che Mallin divenga isola per cui farmi acqua, e poi onda che gestisca i tempi degli svelamenti dei segreti. Con l’erosione lenta, o con flutti dopo una vibrazione in profondità.
 
Ma se non mi guardi non capisci, Mallin, come mi sento sempre nell’unico posto dove non voglio stare. Potessi farlo mentre costruisco un posto enorme in cui si possa perdere l’amore, così stavolta lo so dov’è e se è necessario torno a cercarlo.
Ma non c’è linea d’orizzonte o di destino che possa essere tirata, Mallin.
E tanto meno confine.
Al limite un limite a questa stanza.
Che difendo, e poco importa che sia lercia o oscura.
 
Ma Mallin è Mallin. E non ci sono disegni delle stelle, nuvole o viscere da squarciare per poterlo capire. Sembra non proteggere nulla lui, quando nelle sue stanze apre scatole enormi. E non ha ripensamenti di alcun tipo mentre scherza travestendosi con il passato. Come volesse dirmi che non c’è bisogno di sapere che il trucco c’è o non c’è per godersi lo spettacolo. Allora la zingara sono io che leggo la mappa dei pensieri a cui si è abituato con l’unica preoccupazione che il nostro amore non sia tale da cacciarli.
 
Il mio re da difendere, obbligata, sotto scacco matto.
 
Io prendo una mano a Mallin, lui prende tutto di me.
E mentre la guardo fingo di vedere e dico che ha fatto tanto strada per arrivare fino qui e adesso se vuole si può sedere. Di là c’è un bagno caldo. Può respirare. Di là il frigo è pieno. Di là.
Mentre di qua intanto io apro le tue scatole e ti mostro che dentro c’era solo un sassolino pesante perché tu lo credevi roccia.
 
Le tengo aperte le tue scatole Mallin, e con gli influssi le purifico. Le metto in fila. Ma tu devi lasciarle lì per la notte, che ad aspettare la sera ci vuole poco.
 
Allora fuori è già buio e io me ne vado.
Ti sussurro all’orecchio di tenere per me parole che mi raccontino dell’oro, del verde, del cobalto che non vedo più da sola, ma voglio vedere con te. Di tenere lì i tessuti perché quando torno ci leggo solo il presente prossimo.
 
Dico a Mallin che me ne vado, ma è per tornare, davvero.
Davvero come si salva solo chi è attrezzato bene.
Davvero come il fegato con nulla fa rima.
E ognuno è la propria isola proprio com’era prima.
 
Mallin, io da te ci torno.
E camminerò dritta oppure intorno sulla via a venire, non evitando niente, anche fosse solo per andare incontro al migliore dei mali. Ci torno. Ma tu, fai una cosa, aspettami e guardarmi mentre scendo le scale. E prepara le tue gambe al proprio scopo che con le nostre impronte, naturali, calpesteremo le bucce e le foglie.
Sicuro il destino vince ma almeno lasciamolo sudare.
E penso che tanto prima o poi quelle scatole, le tue, lo so, crolleranno.
Come le due tazze di fiori di ibis che abbiamo lasciato raffreddare sul tavolo.
postato da: caterinapress alle ore 11:34 | Permalink | commenti (1)
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